Il sistema di videosorveglianza aziendale

All’ interno della nuova formulazione dell’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, precisamente al comma terzo, si riscontra un richiamo diretto al rispetto delle norme in materia di protezione dei dati personali inerente al sistema di videosorveglianza aziendale nonché sulla liceità del suo utilizzo in tutte le fasi (dall’ installazione alla conservazione dei dati).

L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali chiarisce come nel rapporto lavorativo debbano essere comunque rispettate tutte le garanzie previste quando la videosorveglianza è resa necessaria da esigenze che siano organizzative, produttive o per la sicurezza sul lavoro.

Si vuole evidenziare una lettura interpretativa dell’ambito applicativo che viene fornita dalla sentenza della Cassazione n. 22662/2016 (Civ. Sez. IV lavoro) laddove viene specificato che

“… è ammissibile la videosorveglianza con impianti e apparecchiature di controllo poste a tutela del patrimonio aziendale dalle quali non derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività lavorativa, né risulti in alcun modo compromessa la dignità e la riservatezza dei lavoratori …”.

Da ciò ne consegue che una carenza di una delle condizioni di liceità del trattamento in materia di controlli sul luogo di lavoro ne determina una rilevanza penale, così come sussiste una tutela penale per il trattamento illecito dei dati dei lavoratori, in particolare a seguito della modifica introdotta all’art. 23 del decreto attuativo del Jobs Act (D.lgs 14/2015 n. 151).

Infine, occorre ribadire che il trattamento dei dati personali è illecito al di fuori delle garanzie dell’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, anche nel caso in cui i lavoratori ne diano il consenso, situazione che a sua volta si connette alla posizione di dipendenza propria del lavoratore subordinato rispetto al proprio datore: il consenso in questo senso risulterebbe non libero e assolutamente viziato dal rapporto di dipendenza con il proprio datore di lavoro.

A tal proposito, la Corte di Cassazione con sentenza n. 22148/2017 (Cass. Pen. Sez. III) ha negato l’efficacia scriminante del consenso acquisito dalla totalità dei lavoratori, arrivando dunque alla conclusione che

“il consenso non può avere alcuna portata scriminante in tutte le ipotesi di violazione dell’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori”.

 

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